La storia racconta che nel 1953, due ragazzini, Alberto Alberti e Carlo Trevisani, fecero un viaggio a Londra. Appassionati di jazz, finirono al mitico One Hundred, un negozio che in Oxford Street vendeva solo dischi jazz. Intuitane la passione, il proprietario propose ai due una cosa folle. “Aprite a mie spese un negozio a Bologna che venda solo dischi jazz che vi fornirò io in conto vendita: mi pagate solo quello che vendete”:  chi avrebbe potuto dire di no a una proposta simile? Di certo, non due appassionati come quelli. Fu così che in via Caprarie 3 nacque il Disclub (primo negozio del genere in Italia).

Ma quando hai una passione, una passione vera, non ti fermi al primo passo. Perché il Disclub diventò inevitabilmente il centro nodale del ricchissimo panorama jazz bolognese e 5 anni dopo Alberto (con Cicci Foresti) inventò il Festival del Jazz di Bologna, una manifestazione che negli anni avrebbe ospitato artisti come Chet Baker, Gato Barbieri, Charlie Mingus, Don Cherry, Steve Lacy, Bill Evans, Oscar Peterson, Lee Konitz, Keith Jarrett, Gary Burton, Ornette Coleman, Ray Charles, Dizzy Gillespie, Thelonious Monk, B.B. King, Sarah Vaughan, Miles Davis, Ella Fitzgerald e mille altri facendo della città una delle capitali (forse “la” capitale) del jazz europeo almeno per un decennio.

Ma quando hai una passione, una passione vera, non ti fermi neanche al secondo passo. Così ecco Alberti inventare nel 1973 quella che oggi è la più nota rassegna jazz italiana: Umbria Jazz, e poi diventare manager per l’Europa di personaggi come Miles Davis, Sarah Vaughan, Ella Fitzgerald, Chet Baker, Thelonious Monk o Charlie Mingus. Tutti portati, come visto, in città.

Alberto Alberti è scomparso nel 2006, appena dopo aver rifondato il festival jazz insieme a Massimo Mutti, e a chiunque l’abbia conosciuto manca ancora quel misto di giovialità e durezza, rigore e generosità, pigrizia e dinamismo.
E la città non l’ha dimenticato perché quando hai una passione, una passione vera, i tuoi passi non si fermano mai, neanche nella memoria.

Lucio Mazzi