È un tuffo ideale negli abissi dell’oceano, un viaggio attraverso terre emerse desolate e abbandonate, la prima mostra personale di Julian Charrière, “All we wanted was everything and everywhere” allestita al Mambo, con la cura di Lorenzo Balbi.
L’artista franco-svizzero, ma residente a Berlino, invita a guardare la natura con occhi disincantati e, come tanti giovani, ci mette in guardia sugli effetti devastanti che l’uomo sta lasciando sulla Terra, nell’era Antropocene. Non rimprovera comportamenti scorretti individuali o collettivi, ma come un archeologo Julian raccoglie le testimonianze della civiltà. Parte da teorie scientifiche per analizzare il rapporto tra mondo culturale e mondo naturale e come la tecnologia possa aiutare a scandagliare le zone più remote del globo.
L’ultima frontiera che ha esplorato sono appunto gli abissi degli oceani e il risultato di tale indagine è al centro della mostra bolognese. Un’esposizione sensoriale e immersiva. Si è accolti da una stanza buia interamente occupata da un grande schermo che riproduce gli abissi marini. “È un invito a tuffarsi e a nuotare sul fondo del mare”, spiega Balbi. Introduzione all’installazione che occupa interamente la Sala delle Ciminiere.

Introduzione ad un viaggio per esplorare le profondità della natura e la parte più nascosta e intima dell’uomo. Per questo, pur raccontando di emergenze e paesaggi estremi, le opere di Julian Charrière sono piene di poesia e fascino. Bellissime e seducenti. Lasciano senza fiato e in uno stato di sospensione ma insegnano a connettersi a respiri più profondi a battiti ancestrali.

L’installazione della sala delle Ciminiere, che dà il titolo alla mostra, comprende una campana da immersione in acciaio controbilanciata da una struttura fatta di sacchetti di plastica pieni di acqua marina del Pacifico: la plastica che invade i nostri mari, l’acqua conservata in un sacchetto come qualcosa da preservare. A terra una distesa di noci di cocco ricoperte di piombo, scalzano uno dei simboli esotici e ricordano gli esperimenti atomici eseguiti nell’atollo di Bikini.
Si va oltre e ci si trova in un’altra stanza buia con un video che riproduce la superficie dell’acqua increspata mentre alle pareti alcune fotografie riprendono corpi umani che fluttuano nell’acqua di una grotta. “Gli esseri umani che guardano il loro riflesso nell’acqua sono molto spaventati di andare oltre lo specchio e quindi di immergersi in un’altra dimensione, più profonda rispetto alla superficie. Questa stanza è l’altro lato dello specchio, un luogo di fantasmi”, ha spiegato lo stesso Charrière.

Il resto della mostra, di nuovo in superficie, attraversa zone contaminate del Kazakistan o del Sud Carolina, ribalta le immagini stereotipate di isole del Pacifico mostrando quanto siano state “corrotte” dall’uomo, ridefinisce confini geografici, come nell’installazione “We are all astronauts” composta da mappamondi le cui superfici sono state abrase con carta vetrata.
La mostra si inaugura l’8 giugno alle ore 20 con un live al Cavaticcio di Lotus Eater e Rhyw. Rimane aperta fino all’8 settembre ed è accompagnata dal libro di Julian Charrière e Nadim Samman “Noi che galleggiavamo nell’Atollo di Bikini”.

Paola Naldi