“The only band that matters” l’unica band con un significato. Così vengono ancora oggi  (oggi forse ancor più) definiti The Clash, la band britannica nata alla fine degli anni ’70 che insieme ai Sex Pistols – in maniera diversa e a volte antitetica – ha definito e tracciato le regole del punk rock, non solo come stilema musicale, ma come sottocultura che ha contaminato, da allora in poi, tutti i settori di arte, cultura e società.

Ai Clash è dedicata la mostra fotografica che ha inaugurato il 12 giugno alla galleria Ono Arte di Bologna (via Santa Margherita 10) “The Clash: white riot, black riot” (12/6-15/9) dove gli scatti dello storico fotografo musicale  Adrian Boot  sono la principale, ma non unica, attrazione. Una mostra ridotta per dimensioni, ma che contiene alcune immagini iconiche della band. Probabilmente la più immediatamente riconoscibile anche ad un pubblico non specializzato è quella che è diventata la foto di copertina dell’album pietra-miliare della carriera dei Clash “London Calling” uscito nel dicembre del 1979: la foto di Paul Simonon che spacca il suo basso contro il palco del Palladium di New York il 20 settembre di quello stesso anno, ma la foto in questo caso è di Pennie Smith (la grafica, fra l’altro, è un omaggio alla copertina del disco omonimo di Elvis Presley).  Del resto, lo stesso Adrian Boot alla domanda qual è il suo album preferito dei Clash ha risposto “E’ per forza di cose ‘London Calling’ uno dei più grandi album rock di tutti i tempi… la title track è diventata un simbolo. Era la descrizione perfetta del suo tempo“. 

Joe Strummer (prematuramente scomparso nel 2002), Mick Jones, Paul Simonon e Topper Headon sono i quattro protagonisti di questa storia di cui Adrian Boot è stato testimone sin dagli esordi.

Era il 1977 quanto l’ufficio stampa della Cbs decise che Adrian Boot era il fotografo giusto per le necessarie photo-session con i Clash, che avevano da poco firmato con la casa discografica. Gli vennero descritti come una punk band che, in quanto tale, era difficile da trattare e imprevedibile. “Apparentemente” racconta Adrian “ero stato scelto a causa di mie precedenti fotografie a musicisti giamaicani e probabilmente per il mio aspetto trasandato. Forse pensavano che questo sarebbe stato d’aiuto nell’entrare in sintonia con loro. Sul momento non capii però perché la Giamaica fosse importante e che rapporto potesse avere con questo gruppo di giovani bianchi arrabbiati che venivano dalle case popolari e dalle scuole d’arte. Non capivo, non conoscendoli ancora, che rapporto potesse esserci tra la soleggiata e colorata isola tropicale e il ruvido e aggressivo punk rock dei Clash, la loro anarchia urbana e il loro aspetto monocromatico tra il nero e il grigio. Naturalmente ci ho messo poco a scoprire che il rapporto c’era ed era anche molto forte!

Fra le sessions fotografiche più note dei Clash che portano la firma di Adrian Boot vi sono la

Westway Sessions e la Belfast Sessions entrambe rappresentante in mostra. In particolare dietro agli scatti di Belfast (che nel 1977 era zona militarizzata e tutt’altro che pacifica) esiste una storia che Boot ha vissuto in prima persona, come ci racconta: “Il concerto di quel giorno fu cancellato per motivi di sicurezza così la band si ritrovò con un pomeriggio libero senza sound-check e decidemmo di scattare alcune immagini, una cosa semplice,  in bianco e nero. La giornata era di un grigio tipicamente autunnale, con una leggera pioggia.  Uscimmo quindi dal “fortificato” Europa hotel, allora l’hotel più bombardato d’Europa, e prendemmo un taxi con l’intenzione di trovare un paesaggio urbano adatto. Con noi c’era anche Caroline Coon amica della band , artista e attivista politica. Durante la colazione mi era stato fortemente consigliato di non andare in centro perché troppo pericoloso, poteva succedere qualsiasi cosa a Belfast in quel momento, e di scegliere posti più sicuri o addirittura  fare le foto nella lobby dell’hotel. Ero più giovane e coraggioso allora così quando qualcuno del gruppo chiese dov’era Falls Road (uno dei luoghi-simbolo della guerra civile irlandese) nessuno ebbe molto da eccepire e il tassista, ignaro di chi avesse a bordo, fece un’inversione a u e ci portò a Falls Road. Lì  scattammo le foto e non ci furono problemi di sorta, i locali furono amichevoli con noi e lo furono persino i soldati del British Army in servizio ad ogni angolo di strada“. Quelle foto divennero nel tempo anche oggetto di critica nei confronti dei Clash, ma ormai è storia.

La musica dei Clash è inscindibile dalla società inglese all’interno della quale – o causa della quale – è nata. A rendere molto bene l’idea del contesto urbano londinese di quel periodo ci pensano le foto di Syd Shelton, il fotografo che ha testimoniato con le sue immagini la famosa manifestazione-concerto “Rock Agains Racism” (Londra, Victoria Park, 30 aprile 1978)  dove anche i Clash si esibirono e dove si riunirono un centinaio di migliaia di persone.  Del resto anche Bologna è la città perfetta per ospitare una mostra sui Clash: il 1° giugno del 1980 fu infatti indimenticabile teatro di un concerto dei Clash rimasto nell’immaginario collettivo della città e delle migliaia di persone accorse da tutta Italia che vi parteciparono. Organizzato dall’allora Pci, nella piazza principale della città, gratuito. L’ultima domanda ad Adrian Boot quindi non poteva che essere “Hai mai sentito parlare del concerto dei Clash in piazza Maggiore a Bologna?” la sua risposta è stata molto semplice: “I’ve heard of it…“.

Angela Zocco