Era tra i concerti più attesi del cartellone del Jazz Festival, quello del trio Cross Currents, con Dave Holland contrabbasso, l’indiano Zakir Hussain tablas e lo statunitense Chris Potter sax tenore e soprano. Tre leader.
Originariamente un ensemble di sette membri organizzato nel 2015 da Hussain, il gruppo assume dimensione e diviene particolarmente avvincente con l’ingresso di Holland e Potter. I tre rimangono in contatto e celebrano il perfezionamento del loro repertorio con la pubblicazione, a marzo di quest’anno ma registrato nel settembre 2018, dell’album ‘Good Hope, da una composizione dello stesso Potter.

Il riferimento al Capo di Buona Speranza, la suggestiva penisola sudafricana dove dovrebbero incrociarsi gli oceani (in realtà il punto è leggermente spostato un po’ più in là) appare simbolo appropriato per la convergenza di stili e tradizioni che Hussain aveva in mente.
E’ anche l’incontro tra diverse regioni: Potter è cresciuto nella Carolina del Sud, Hussain proviene da Mumbai, Holland è originario delle Midlands occidentali dell’Inghilterra. Il pubblico (il concerto avrebbe meritato il sold out) ha preso coscienza e consapevolezza che sarebbe uscito dalla sala soddisfatto e col sorriso, condotto in un viaggio pieno di suggestioni, di quel dialogo ininterrotto tra la musica indiana e il jazz.
Semplice la scenografia, Holland e Potter a pochi metri di distanza, Hussain lì accanto sul palchetto a governare le tamblas. Sopra di loro, il bel logo azzurro del BJF, col batterista disegnato da Altan quasi pronto a lanciare le percussioni di Hussain.
Si parte con un omaggio a McLaughlin (già con Zakir nel progetto di Shakti, ospiti qualche anno fa proprio al BJF) e quello che esce dalle mani e dagli ‘innaturali’ movimenti dei polpastrelli di Hussain è qualcosa che si stenta a credere perchè il suono che ottiene dai suoi tamblas è come un’orchestra.
Il trio appare una combinazione perfetta in termini di intimità, dialogo ravvicinato e velocità di comunicazione; i musicisti interagiscono tra i loro in modo naturale e coerente, si divertono nei passaggi, suonano, meravigliosamente bene, un jazz contemporaneo comunque complesso, con l’introduzione di ritmi e linguaggi musicali differenti tra loro.
Le parti melodiche spesso affidate al sax pieno e agile di Potter, il ritmo sulla straordinaria capacità di Holland, ma quello che si nota è quel sentimento di empatia e comunicazione che sembra rendere le cose più semplici di quello che in realtà sono. Fondamentale la conoscenza della storia del jazz e, probabilmente, quell’innata voglia di apprendere e sperimentare.

Un trio jazz bilanciato magnificamente che promuove, anche attraverso la propria etichetta discografica, pace ed armonia.
Significative le parole di Holland che si possono leggere sulla rivista “Downbeat” di novembre: “La musica rappresenta quel terreno neutrale in cui ci riuniamo tutti, vediamo chi siamo e quali sono le nostre differenze e somiglianze; la musica rappresenta l’unità e l’incontro, allontana la paura dell’altro: dobbiamo solo capire come andare d’accordo e aiutarci a vicenda per una vita migliore”. Da sottoscrivere.

Andrea Giovannini

Zakir Hussain
foto Euriolo Puglisi