Un nuovo album di Daniele Faraotti dovrebbe essere un piccolo evento (e di sicuro non solo in città) perché non sono tanti i musicisti italiani (e bolognesi, in particolare), perennemente impegnati nella ricerca di nuovi linguaggi con cui veicolare emozioni, invece di percorrere comode strade battute.
Faraotti è uno che distrugge schemi precostituiti e ricrea i propri e uno che ama la musica e la prende a calci. E in questo modo la fa andare avanti. Come possiamo ascoltare dall’ultimo lavoro ENGLISH APHASIA, ora su tutte le piattaforme digitali, con cui il chitarrista ci regala quanto di meglio ci sia capitato di sentire da tempo immemorabile. Ci sono più idee in queste nove tracce che nel 90% della produzione italiana degli ultimi anni: il ché è una buona cosa per lui, pessima per quello che stiamo ascoltando da troppo tempo, e ancora peggiore per chi ha orecchie ormai troppo avvezze alla mediocrità per cogliere la genialità di queste soluzioni che, a chi ha anni e ascolti sul groppone, di sicuro possono ricordare Robert Wyatt, la Scuola di Canterbury, certo progressive sofisticato, o certa canzone d’autore fuori dagli schemi (Tim Buckley?), ma a tutti gli altri dovrebbero semplicemente aprire orizzonti.
Ecco quello che fa questo disco: apre orizzonti a chi non riesce più a guardare lontano, mostra strade nuove a chi ha orecchie e cuore e, soprattutto, voglia di andare lontano.

L’intervista
Dunque ecco il nuovo album
Sì, un lavoro per il quale ho sperimentato un approccio nuovo, per me, lavorando molto più sulla tastiere e il computer che sulla chitarra, più sull’aspetto melodico che sulle armonie. L’idea era di realizzare brani molto semplici, il difficile è stato poi mantenere questa semplicità in fase di arrangiamento e registrazione.
Sento qualche reminiscenza di Robert Wyatt
Ai tempi dei Soft Machine lui parlò di certe sue composizioni in termini di melancholy nonsense, malinconia nonsense, un concetto che mi è sempre rimasto in mente e che credo di avere ripreso in questo lavoro
Che mischia canzone, prog, dada, sperimentalismo…
E altro, sento un po’ di Joni Mitchell in Joni, George, Igor and me, qualcuno magari sente i Procol Harum nelle tastiere di Zawie III o Zawinul in quella giocattolo di Connection. Deve funzionare così.
Proprio Zawie III è un tributo a David Bowie
Erano quasi due anni che appuntavo idee riconducibili a Bowie che chiamavo Bowie 1, Bowie 2 , Bowie 3. La stessa English aphasia inizialmente era Bowie 1.
Ha una storia particolare Sea Elephant
Si tratta di un brano modellato su I’m the walrus dei Beatles, una canzone incredibile sotto tutti i punti di vista: l’ho tradotta in italiano ribaltandone tutti i significati e musicalmente ho trasformato in maggiore gli accordi in minore… In realtà il brano era già stato inciso nel 2005 come Elefante marino, ma qui è ripresa, ri -mixata, ri -cantata, raddoppiata con nuove incisione nelle parti di violino e di theremin.
É poi l’unico brano cantanto in italiano…
Si gli altri sono in una lingua indefinibile che somiglia all’inglese
Porterai sul palco questo lavoro?
Quest’autunno. Sto pensando a una band molto duttile, fatta di musicisti in grado di suonare diversi strumenti, ma non ci sarà la batteria. La difficoltà, come sempre, è trovare spazi, e spazi adatti a questa musica., ma l’idea è di concentrarmi sui live per un periodo definito, non essere sempre pronto a partire ovunque ci sia una possibilità.
Distribuzione dell’album?
Le usuali piattaforme digitali. Ho creato una mia etichetta – Creamcheese Record – e vediamo come va. Ma oggi l’aspetto discografico e i suoi meccanismi sono quasi indecifrabili. Uscire con una grande casa discografica non garantisce più nulla, lavorare con etichette indipendenti presenta altre problematiche… Allora forse meglio fare da soli sfruttando le possibilità del web.

Lucio Mazzi