di Luigi Sammarchi, compositore.

Bellissimo il concerto che il ‘Bologna Festival’ ha ospitato al Teatro Manzoni con la Chamber  Orchestra of Europe diretta da Antonio Pappano e con la violinista Janine Jensen, sublime interprete del concerto n. 1 di Szymanowski. Ha aperto il programma l’Idillio di Sigfrido di Wagner nella versione originaria per tredici strumenti, in una interpretazione vibrante di tensione espressiva, frutto di una lettura attenta e profonda della partitura e della sapiente concertazione di Pappano e dello straordinario suono della Cooe. Questo brano del grande compositore tedesco, scritto per festeggiare il compleanno della moglie Cosima e originariamente pensato per uso esclusivamente privato benché lavoro d’occasione, reca in nuce molta della cifra compositiva wagneriana. La poetica del suono che anela a non dissolvere, a non posarsi, la “melodia infinita” sospesa sulle armonie vaganti dilatate frutto dalla rottura degli argini dei centri armonici tonali e dei suoi flussi regolati dalle formule cadenzali, sono l’anima e il motore anche di questo brano, come ad esempio nella bellissima e straordinaria dilatazione della cadenza principale dell’arcata formale, non a caso punto culminante ed apice espressivo del brano, dove la tensione del ritardo sulla sottodominante, nella linea melodica, va ad appoggiarsi su una  triade eccedente generata enarmonicamente sul sesto grado abbassato in una sospensione del suono che anela nel suo decadimento ad un “attimo senza tempo”… come la linea di un orizzonte lontano sospeso nell’infinito. Possiamo qui vedere in trasparenza la “prima materia” dell’alchimia del suono Mahleriano. Una sottile linea rossa lega questo brano con il concerto n. 1 per violino e orchestra di Szymanowski dove la poetica della “melodia infinita” viene trasformata e coniugata qui in poetica del “suono infinito” che non vuole cedere alla dissolvenza, che si prolunga nell’estrema dilatazione oltre ogni confine, resa manifesta da subito nei primi lunghissimi e intensi suoni tenuti che l’arco del violino solo mette in vibrazione sospesi sui flussi di suono e sui bellissimi impasti timbrici della partitura resi con grande effetto dal direttore Pappano. Questa partitura del compositore polacco fu scritta nel 1916 ed è caratterizzata da una sapientissima orchestrazione di ascendenza bartokiana e da una scrittura violinistica del solo tesa ad un virtuosismo timbrico del suono. La forma del concerto esce totalmente e volutamente fuori dai margini della tradizione, viene mantenuta però la cadenza del solista, curiosa “apparizione” dell’originaria forma del concerto, che affiora come un relitto della memoria dal mare delle armonie vaganti. Bellissima l’interpretazione della Jensen, carica di tensione espressiva e di un virtuosismo di raro ascolto. Bel fraseggio, bellissimo suono, straordinaria la lucentezza dei suoni iperacuti degli armonici artificiali veri e propri ‘raggi di luce’. Ha chiuso il programma la brillante esecuzione delle Danze slave di Dvoràk, partitura di grande impatto e di virtuosismo orchestrale resa magnificamente dal suono pieno e potente dell’orchestra.