Un’opera d’arte del passato – visiva, musicale, teatrale – riesce a diventare attuale quando perde l’età anagrafica e i confini temporali in cui è stata creata per diventare universale.  E la Turandot di Giacomo Puccini messa in scena al Teatro Comunale con la regia di Fabio Cherstich, le scene, i video e i costumi del collettivo di artisti russi AES + F, riesce appieno in questo compito.

foto Andrea Ranzi-Studio Casaluci

Non è solo un’operazione di maquillage, che porta in soffitta l’immagine di una Cina dei Mandarini per catapultarci a Beijng nel 2070, ma le scenografie e la regia sottolineano come nel libretto della Turandot siano presenti temi di grande attualità: la violenza sulle donne che la gelida principessa deve vendicare, la sete di potere, l’amore come valore universale senza distinzione di genere e che si può manifestare liberamente anche tra persone dello stesso sesso. Con un messaggio di fiducia e di speranza nel futuro rappresentato da una bebè paffutello che irrompe nel finale.
La regia è molto innovativa ma lascia spazio agli interpreti (che in fondo si muovono in maniera molto tradizionale sul palco) e all’orchestra. I puristi alla sera della “prima” hanno storto un po’ il naso per la forza nell’esecuzione ritenendola eccessiva per un teatro d’opera, più adatta a loro dire a un’esecuzione all’aperto come all’Arena di Verona. Gli interpreti sono stati applauditissimi, soprattutto Mimì nel terzo atto, e Calaf con una bella voce.
Ma l’operazione più interessante è sicuramente l’allestimento delle scenografie: si sono smontati codici, rimontati ma non traditi, spogliati solo superficialmente dell’immaginario ideato da Puccini e Giuseppe Adami, e rivestiti di atmosfere glamour e pop di un mondo distopico che rimanda alla realtà di oggi.
La cosa ha fatto discutere. Alla prima rappresentazione erano presente il mondo dell’arte – critici e artisti – ma anche molti degli abbonati del Comunale alla fine si sono dichiarati soddisfatti.
Sulla scena pochissimi elementi, il coro vestito di abiti contemporanei in colori acidi, le guardie come cloni dalle spade laser (alla fine si toglieranno simbolicamente la maschera per mostrare la loro vera natura umana). Liù è un’infermiera che in fondo si deve prendere cura del padrone, Calef sembra uscito da Apocalipse Now pronto a combattere una guerra sanguinaria che ha già lasciato sul campo molti morti, l’imperatore Altoum è un essere diafano tenuto in vita da una macchina come in un film di fantascienza.
Sullo sfondo i video di AES + F, realizzati in computer grafica e modelli dal vero. Le immagini sono grandissime, incombenti, ma scorrono in ripetizione e rallentate come un videogioco e alla fine, paradossalmente, non distraggono troppo, mettendo solo in luce significati reconditi.

La Pechino di Turandot è una città del futuro con un’architettura organica, sorvolata da astronavi e da un immenso drago rosso. Turandot è una matriarca cyber e figura archetipica con mille teste e mille seni come una statuetta paleolitica, al cui servizio si muovono esseri fluttuanti impegnati a soggiogare e a uccidere i principi pretendenti. Principi in mutande come se fossero modelli per una pubblicità di moda, narcisi moderni fatti a pezzi. Ma tutto è asettico, pulito (Calef e Turandot non si abbracciano e non si toccano), ironico, un po’ kitsch, l’elemento che distingue l’estetica del collettivo russo, indispensabile indicatore critico della nostra società che appaga ma allo stesso tempo diventa stucchevole. Tutto sembra bello e affascinante ma in fondo senza sostanza. Tutto fluttua, è sospeso, traghettando la musica di Puccini eseguita dall’Orchestra del Comunale, diretta da Valerio Galli in una dimensione temporale altra, senza confini.  

Teatro Comunale
Repliche fino al 7 giugno
Interpreti: Hui He nel ruolo di Turandot (Ana Lucrecia García nelle recite del 29 e 31 maggio, 5 e 7 giugno), il tenore Gregory Kunde in quello di Calaf (Antonello Palombi, il 29 e 31 maggio, il 5 e 7 giugno) e il soprano Mariangela Sicilia nei panni della giovane schiava Liù (Francesca Sassu, il 29 e 31 maggio, il 5 e 7 giugno).

Paola Naldi