7.55, prima campana, controllo come al solito il mio orolo­gio con quello della sala dei professori. I ragazzi comin­ciano a vociare su per le scale.

“Buongiorno, prof!”

“Ciao… ciao…”

Così tutte le mattine. Bisogna che mi metta in malattia: è grave quando ti senti stanco con le cinque ore ancora tutte davanti.

ID, IIA, IIB, IIIA, IA: cinque ore sparate senza un attimo di tregua. Meglio che non ci pensi. La IIIA solo alla quarta ora. E anche a questo è meglio che non pensi.

La ID è al terzo piano, tanto vale che vada su. In classe c’è solo Sinardi (“Buongiorno, Prof!” “Ciao”) guardo fuori dalla finestra: marzo piovoso. Ancora pioggia, fine fine, giusto per bagnare la strada e il cortile della scuola, e per mettere di cattivo umore.

Mi sembra… Apro la finestra… Sì, è un suono di violino, chissà da dove, note sottili, nell’aria si sposano alla pioggia…

Seconda campana. E la quarta ora è sempre più lontana.

Appello.

Mi sento parlare, sgridare, spiegare, come se stessi ascol­tando un’altra persona. Pure, questo lavoro, neanche tanti anni fa mi appassionava. Ora mi stanca.

Prima, seconda, terza ora, intervallo, quarta ora. Dal se­condo al primo piano mi sforzo di non scendere le scale di corsa. Mi fermo davanti alla IIIA, dentro c’è ancora la Gar­dini (e dai, esci, vecchia megera, brutta da far paura, adatta alla materia rognosa che insegni, sarà perché la ma­tematica io non l’ho mai potuta sopportare…). Pensiero im­provviso: e se LEI fosse assente?… Panico. La porta si apre, sbircio dentro, no, LEI è vicino alla finestra, oggi ha i capelli sciolti sulle spalle, ieri aveva una miriade di treccine come andava tanti anni fa.

Sorriso agro della Gardini che esce di classe stringendo al petto il registro.

“Buongiorno, Prof!” ci risiamo: così in tutte le classi. Verrà il giorno in cui non ne potrò più di “Buongiorno, Prof!”, “Stai zitto”, “Stai fermo”…

LEI, Alessandra, è seduta al suo posto (questo succede di rado), primo banco, fila centrale, proprio di fronte a me.

Quindici anni. Ho l’impressione che si accorga, a volte, di come la guardo. Una donna si accorge sempre di quando piace ad un uomo.

Mi guarda con un sorriso provocatorio, mi sforzo di pensare che è il modo con cui guarda tutti.

Penso a cosa si devono raccontare tra di loro. Sono tanti ed io sono solo. Venticinque pesti e un professore. Ventiquat­tro pesti più la ragazza che io aspetto di vedere quando passa per il corridoio, che cerco dalla finestra della sala dei professori tra le centinaia di ragazzi che affollano il cortile della scuola alle otto del mattino, che ormai non riesco più a sgridare, a interrogare, che mi prende in giro, che non perde occasione per sottolineare i trent’anni che ci sono tra noi.

Dio, si può perdere così ogni dignità? Ormai devono averlo capito anche i sassi che Alessandra mi fa impazzire. Devono averlo capito anche gli altri ragazzi: mi sembra quasi di sentirli ridere, di vederli additarmi. Sibilano parole come vecchio… troia… prof… e ridono, tutti intorno a me, puntando il dito…

Sento la mia voce monotona spiegare le solite cose già dette nelle altre terze. Pochi ascoltano, gli altri chiacchierano tra loro. Lei mi guarda.

Campana.

Si scatenano: loro escono adesso, io ho un’altra ora.

Finalmente passa anche quella. E’ l’una, uscendo mi confondo tra i ragazzi troppo impegnati a fuggire per salutare, adesso.

“Buongiorno prof, ho perso la corriera, siccome facciamo più o meno la stessa strada, pensavo che potesse darmi un pas­saggio…”

Dio, adesso Alessandra è qui, seduta di fianco a me, e ho il cuore che mi esplode nel petto.

“Dove sei stata per perdere la corriera, col tuo ragazzo?”

Ride.

“No, non ce l’ho il ragazzo, sono tutti così cretini quelli della mia età… e quelli più grandi non mi guardano nep­pure…” aggiunge con voce più bassa gettandomi una rapida occhiata di sbieco. Maledetta: lo sa benissimo come la guardo io…

“E lei, prof, non ce l’ha una ragazza?”

“Ma che dici…” ma sono io che non so cosa dire…

Siamo fuori città, la strada si snoda per la campagna. Io guardo la mia giovane passeggera di sfuggita.

Come per caso ha lasciato che la mini risalisse scoprendo le cosce. Non resisto, allungo una mano sul suo ginocchio, la sua mano è sulla mia, ma non la respinge.

Sempre guidando mi spingo sotto la gonna, non so neppure cosa sto facendo, sento le sue labbra fresche contro la mia guancia.

Non può, non può farlo! Non può farlo e non può essere vero. Lei è solo una bambina, cerco di dirmi, ma lo so, lo so che lei non è SOLO una bambina… Sto urlando dentro di me per coprire il frastuono del mio cuore. Non devo, non devo…

“Per di lì”, mi addita una stradina che si perde nei vi­gneti, svolto e spengo affannosamente il motore.

Mi giro verso di lei, cerco le sue labbra. Le mia mani cer­cano il suo viso, la sua gola morbida, il seno. Le dita im­pacciate si ingarbugliano coi bottoni…

Sento bussare al finestrino: “Bongiorno, Prof!”

Saranno una decina a cavallo dei motorini, tutti intorno alla macchina. Mi sembrano diecimila.

Ridono.

Guardo Alessandra.

Sta ridendo anche lei.

Alice Notaro