Il paese era un mondo di paradossi.

Il più inspiegabile era che alla festa del patrono ci si annoiava; una verità che ci rendeva sospetti a noi stessi perché non sapevamo approfittare dei giorni più eccitanti dell’anno. Le luminarie, il paese affollato, i fuochi d’artificio… e noi a fare la spola tra l’ottovolante e il palco della banda, con un senso di vuoto che ci premeva dentro.

Non sapevamo cosa fare, di quella festa. Cadeva a settembre spezzando l’incantesimo dell’estate prima del ritorno a scuola. Irrompeva nella nostra vita di gruppo, disperdendoci, confondendoci in una galassia di sconosciuti che si riversava nelle nostre strade.

L’unica cosa che mi intrigava in tutto quel bailamme era il camion di Ciccio Polito, il venditore di dolciumi. La sua bancarella era la più luminosa. I vassoi di noccioline abbrustolite, torroni e caramelle di gelatina facevano invidia a un mercante di spezie. A volte mi fermavo a osservare il viavai dei compratori, accolti dagli omaggi di Ciccio. Soprattutto, mi godevo la gioia dei bambini che scrutavano le montagne di arachidi alla luce delle lampade.

L’oggetto più strabiliante era la macchina per lo zucchero filato. Una vasca circolare, con una specie di rocchetto nel centro che ruotava a inimmaginabile velocità. Appena un ragazzino si avvicinava, la macchina attaccava a ronzare e la mano di Ciccio vi spariva con un bastoncino. Il roteare del cilindro e il movimento graduale e contrario del polso evocavano il peregrinare della mano filatrice intorno alla spagnoletta. Nei pochi secondi in cui il gomitolo attecchiva al legnetto e cresceva di volume, l’arte di Ciccio tendeva a quella dei fabbricanti di arazzi, o degli sciamani, che richiamano invisibili correnti dal sottosuolo. Pian piano la sfera setosa si modellava, candida come organza, e il bastoncino veniva consegnato nelle mani del piccolo cliente che lo accoglieva sgranando gli occhi – mentre io, in disparte, aspiravo il profumo di zucchero tostato.

“Ne avrei voglia”, borbottò Mimmo, una sera che l’avevo di fianco. Sembrava vergognarsi di quel desiderio. Gli risposi che mi sarei preso un bel bastoncino anch’io, ma come potevamo? Eravamo quindicenni. Avevamo smesso di essere i mocciosi che accorrevano alla macchina di Ciccio Polito.

Ci raggiunse Carmine, il quale sospirò davanti al nostro proposito. “Siamo vecchi per queste cose”, sentenziò.

Ma doveva pur esserci un modo per godersi lo zucchero senza passare per scimuniti. I miei amici ci rimuginarono un po’. Alla fine Carmine disse di aspettare – e si allontanò di corsa. Dopo meno di cinque minuti ricomparve con un bastone da scopa.

“Ecco!” annunciò. “Mangeremo lo zucchero noi, e anche tutti gli altri. Ne prenderemo tanto da sfamare la piazza intera”.

Vidi gli occhi di Mimmo dilatarsi. “Che spettacolo!” esclamò. “Ci sarà da crepare dal ridere”.

Quando gli consegnammo il bastone chiedendo di riempirlo di zucchero filato, Ciccio Polito ci guardò di traverso. “Mi prendete in giro?”. Gli assicurammo che avremmo pagato la giusta somma. Un paio di ragazzini lì accanto osservavano a bocca aperta.

“Date qua”, Ciccio Polito si fece consegnare la mazza. La soppesò, ne valutò la grandezza in rapporto alla capienza della macchina. Infine premette l’interruttore.

Ricordo la sensazione che avvertii nel vedere il bastone volteggiare nella vasca di alluminio. Per la prima volta, mi parve che quella macchina prodigiosa avesse una degna antagonista, ben diversa dai soliti stecchi. Sussultava e ronzava con efficienza doppia: un grosso baco da seta che sbavava zucchero filato. E mentre la nuvola prendeva consistenza, gonfiandosi in una chioma disarmonica, l’espressione di Ciccio si illuminava di un ardore mai visto. Dietro di noi si era formato un capannello di curiosi. Udii una voce esclamare: “Ma che diavolo sta facendo?”

Alla fine Ciccio Polito sollevò il bastone e un oooh di stupore si levò alle nostre spalle. Io e Mimmo lo prendemmo in consegna, e quando Carmine fece per pagare, il venditore di dolciumi si ritrasse. “Niente soldi!”, esclamò sorridendo.

Lo ringraziammo e ci dirigemmo verso la piazza, reggendo il gonfalone e infilandoci in bocca ciuffi appiccicosi.

Giunti a destinazione, centinaia di occhi puntarono su di noi. Migliaia di risate ci investirono. Frotte di ragazzini si avvicinarono. E come per un richiamo silenzioso, gli altri membri del nostro gruppo si materializzarono vicino a noi: Massimo, Camillo, Vicky, Tonino… Finalmente liberi dalle compagnie forestiere. Tutti intorno all’albero di zucchero filato.

Durò poco, e a dire il vero non so chi di essi diede l’avvio. Ma alla prima bordata, la nuvola fu immediatamente assalita da uno sciame di mani – e in breve non ne restarono che strisce collose lungo il bastone.

Di quel che seguì, ricordo solo che gli anni volarono via alla stessa velocità.

(Stefano Santarsiere)